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Capitolo 10. LA SECONDA GAFFE, PIU’ GROSSA DELLA PRECEDENTE.

Pur prendendomi tutta la colpa anche di questa seconda gaffe, il contesto in cui è avvenuta
avrebbe messo un po’ in difficoltà anche un professionista navigato, figurarsi una povera
ventunenne al primo lavoro.
Vorrei poter dire che la dirigenza del consorzio nutriva tale fiducia nella mia professionalità
da mandarmi a rappresentare la denominazione nelle riunioni di quello che fu chiamato
“Comitato dei Consorzi per le DOCG.”. Credo invece che, essendo l’unica impiegata,
dovesse giocoforza mandare me!
In ogni caso mi ritrovai a discutere di questioni produttive e legali relative alla gestione
dei vini a Denominazione di Origine Controllata e Garantita. Allora erano solo cinque: oltre al
Vino Nobile, il Brunello di Montalcino, il Chianti, il Barolo e l’Albana di Romagna.
Ergo: riunioni in giro per Italia con alcuni di quelli che allora erano i mostri sacri dell’enologia
Nazionale: tutti uomini, tutti più o meno nobili, tutti più o meno ultrasessantenni!
In pratica ci stavo come il cavolo a merenda.
Bologna: pranzo a conclusione dei lavori nel ristorante di un albergo 5 stelle, ipoteticamente
molto elegante. Mai fu tanto maledetta l’insulsa moda allora in voga di portare il vassoio
sul tavolo e lasciare che i commensali si servissero da sé. Cosa ti pago a fare, cameriere del
cappero, se poi mi devo servire da sola?
Pranzo decisamente impegnativo: sono l’unica donna quindi spetta a me servirmi per prima ed iniziare a mangiare.
Non è che io sia cresciuta in una famiglia di barbari, ma di sicuro
non andavamo al ristorante stellato tutte le settimane; anzi, per la verità non c’ero proprio
mai stata. Il terrore puro mi attanaglia solo all’ipotesi di far schizzare il sugo ovunque.
Fine pranzo: sono stata bravissima, credo di non aver sbagliato niente,  forse. Beh, almeno
non ho fatto corbellerie proprio esagerate. Seduto davanti a me un Senatore descrive i
risultati di un importante studio compiuto sui vigneti della sua denominazione dall’università
della sua città. Risultato: nessuna differenza qualitativa sulle uve se si producono
400 o 100 quintali ad ettaro. Oggi nessuno oserebbe affermare una tale balordaggine e
anche allora la cosa cominciava ad essere chiara ai più. Per questo mi sembra impossibile
che proprio il presidente di una DOCG facesse un’affermazione così fuori luogo.
Comincio ad agitarmi sulla sedia, mi prende il sacro fuoco della verità... ignorando il pericolo
incombente comincio con convinzione: “Vede Senatore…”. Purtroppo lo sproporzionato
gesticolare è in me direttamente proporzionale all’agitazione e confesso che ero veramente
agitata! Così do inavvertitamente un colpetto al bicchiere pieno di vino rosso davanti al
senatore, versandolo molto sul tavolo e … poco (lo giuro!) sui suoi pantaloni.
Un secondo per decidere: mi scuso umiliandomi per la goffaggine o faccio finta di niente?
Un secondo per reagire: resto impassibile, e mentre rialzo il bicchiere: “Mi scusi! Ma vede
senatore, non è possibile che il risultato sia quello che lei afferma...”
Quando si dice prontezza di riflessi!

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