Home - ''Il mio libro'' - Capitolo 1. UNA VITA DA P.R. … E PENSARE CHE VOLEVO FARE LA CONTADINA

Capitolo 1. UNA VITA DA P.R. … E PENSARE CHE VOLEVO FARE LA CONTADINA

Quello che state per leggere (almeno spero) ha lo scopo di raccontare alcuni aneddoti divertenti del mio lavoro. Credo però sia necessaria una premessa per comprendere in quale substrato si sia formato il mostro che è in me! Voglio dire che tutti siamo il frutto delle esperienze che abbiamo avuto e per quanto mi riguarda quelle fatte a scuola, particolarmente alle superiori, sono state fondamentali.
Quindi questi primi capitoli hanno l’obiettivo di dare un’idea dei cinque anni trascorsi a studiare nell’Istituto dove ho conseguito il diploma di Perito Agrario e dell’approccio che ne è seguito con il mondo del lavoro.
Come dire che con queste basi non si poteva sperare di meglio!
Quando decisi a quale scuola superiore iscrivermi mi guidò un obiettivo: lavorare nell’azienda agricola di famiglia. Ovviamente scelsi di frequentare un Istituto Agrario.
La mia ferrea decisione cominciò a vacillare quando mio padre, che forse mai mi aveva davvero perdonato di essere femmina, decise di rimediare al maltolto obbligandomi ad indossare attillati pantaloni di velluto a coste e informi maglioni di lana che, se potevano ben figurare in una taglia 40, di sicuro non facevano un bell’effetto in una 50 come ero allora (No. Adesso non sono più una 50!!!  E il primo che prova a fare facili battute sulla mia attuale taglia andrà incontro a seri problemi!). Secondo lui studiando in un Istituto Agrario “dovevo vestirmi comoda”. Niente e nessuno riuscì a fargli capire che studiavamo in classe seduti ai banchi e non andavamo a zappare né tanto meno a guidare trattori!
Il primo anno delle superiori non fu uno dei migliori periodi della mia vita. Avevo tre “handicap” che in una scuola dove la percentuale delle studentesse era di 1 a 30, non mi aiutavano proprio. Ero donna, ero brutta ed ero secchiona! Trinomio inaccettabile dallo stuolo dei miei deliziosi compagni di classe che non si lasciavano sfuggire neppure un’occasione per rimarcare le tre suddette caratteristiche!
Questo finché non compresi che, se alla bruttezza sembrava non esserci rimedio, al fatto di essere secchiona il rimedio c’era! No, non ho smesso di studiare, ho fatto in modo che iniziassero a studiare gli altri! I miei appunti cominciarono, infatti, a passare di mano in mano, rendendo più facile a tutti prepararsi alle interrogazioni e soprattutto rendendo me assolutamente indispensabile per la classe. Pazienza se restavo sempre donna, brutta e vestita male; iniziarono a non farci più caso!
Al terzo anno decisi che potevo dare a mio padre l’ennesima delusione e smisi gli abiti da maschio per vestire quelli … da quarantenne! Nella vita per trovare il giusto equilibrio ci vuole tempo e pazienza!
Un vantaggio però c’era: avevo un’aria molto seria e affidabile. Così fui la prima donna nella storia dell’austera scuola a sedere in Consiglio di Istituto in qualità di rappresentante degli studenti. Molti insinuarono che il fondatore si fosse rivoltato nella tomba apprendendo della mia elezione e molti altri si chiedono ancora come fu possibile raggiungere un numero di voti sufficienti. Né gli uni né gli altri sanno che i miei ormai fidi compagni di classe, pur di poter continuare ad usufruire dei miei appunti, erano passati nelle classi inferiori minacciando gravi ritorsioni se non mi avessero votato! Scorretto e poco democratico? E secondo voi una ragazzina brutta come me, cosa poteva fare per affermare il proprio ruolo in una scuola dove gli uomini erano la stragrande maggioranza? Dove, per di più, erano maschilisti come solo gli studenti di un “prestigioso e antico Istituto Agrario” possono essere?

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