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Capitolo 13. VINITALY

Ho partecipato per la prima volta al Vinitaly (la fiera italiana del vino di maggiore importanza)
nel 1985. A pensarci adesso vien da ridere, ma era davvero una piccola fiera.
In comune con oggi aveva solo una cosa: pioveva. Si, perché durante il Vinitaly piove. Non
c’è scampo. Dato che nel resto dell’anno, per ritorsione evito Verona come la peste, non
so se piove solo durante quei giorni o in tutto il resto dell’anno, ma se cercate una certezza
nella vita eccovela: durante il Vinitaly piove! A volte solo il giorno prima dell’apertura (che
è il peggiore perché si allestiscono gli stand e si è quindi costretti ad entrare e uscire dai
padiglioni), a volte solo durante. Spesso, anzi spessissimo, sia prima che durante.
Nel 1985 lo stand del Consorzio del Vino Nobile era un 4x8 m con pareti in formica rivestita
di plastica bianca, divise da colonnine di alluminio: era arredato con due divanetti
e un tavolino, tutti bianchi. Unica concessione all’eleganza (si fa per dire) erano quattro vasi di
ortensie rosa.
A peggiorare la già precaria situazione c’era l’angolo espositivo dove stavano appoggiate le
bottiglie in degustazione. Purtroppo loscoprii ben presto quando, nel bel mezzo di una
degustazione, il piano di appoggio decise di ribaltarsi e tutte le bottiglie caddero con gran
profusione di rumore e odore. Mi salvò dalla vergogna proprio il profumo, perché si diffuse
la voce che avessi fatto cadere le bottiglie apposta per attirare l’attenzione con l’odore
del vino! Ovviamente mi guardai bene da smentire le suddette voci, ma figuratevi se mi
sarebbe mai venuta in mente una cosa del genere.
Qualche anno dopo lo stand aveva subito qualche leggero ritocco, frutto della mia fervida
mente. In particolare un anno riuscii a procurare ed a esporre due anfore etrusche per il
trasposto del vino. Ovviamente tutti credettero si trattasse di imitazioni ben riuscite,
mentre erano rigorosamente vere, tant’è che ogni sera le chiudevo nel ripostiglio ben conscia
che, in caso di furto, mi ci sarebbero voluti parecchi anni di lavoro per ripagarle.
Se da dipendente avevo qualche freno, da libera professionista non ho più avuto remore. Il
primo anno che ho fatto uno stand tutto mio (appena 103 mq..) ho noleggiato da un vivaista
otto cipressi alti quattro metri. Il tutto per la solita megalomania che mi contraddistingue.
Infatti, in qualunque punto del padiglione mi trovassi, alla domanda: “dov’è il tuo stand?”
potevo limitarmi a rispondere: “Vedi la punta dei cipressi? Quello è il mio stand!”.
Dai cipressi passai alle vele. Cioè, i divisori tra uno spazio e l’altro erano realizzati
con una stoffa tipo tulle, grigia e tagliata ad angolo. Soprannome dato allo stand: quello
con le vele.
Adesso sono nella fase minimalista: stand biodegradabile al 100%. Solo componenti
frutto di prodotti riciclati o a loro volta riciclabili. Praticamente uno stand comprato
all’Ikea.

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