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Capitolo 34. INSANI PRECONCETTI

Ho lavorato e lavoro con molte aziende sia del sud che del centro Italia: per questo affermo con cognizione di causa che le possibilità di trovare persone piacevoli o insopportabili, oneste o disoneste, è suppergiù
uguale in entrambe le zone (del nord ho poca esperienza).
La mia prima consulenza nel sud l’ebbi più o meno 15 anni fa e non sapevo cosa aspettarmi;
insomma ero animata da insani preconcetti.
Per di più la mia famiglia non mi aiutava a maturare un certo grado di oggettività e
distacco. Tanto per fare un esempio riporto il colloquio con mio padre quando gli dissi che
avrei avuto una collaborazione in Sicilia.
“Domani parto. Vado qualche giorno in Sicilia a vedere la zona e l’azienda con cui inizio a collaborare”.
“Maddalena, ma perché proprio in Sicilia? Lo sai che lì c’è la mafia”.
“Non capisco perché non dovrei andarci e comunque io mica vado a lavorare per la mafia, io lavoro
con chi non vuol averci niente a che fare”.
“Già, ne sono sicuro. Per questo sono preoccupato!”.
Logica inoppugnabile!
Animata da tali insani preconcetti ne ho
fatto le spese durante una delle numerose visite.
Il presidente della cooperativa con cui lavoravo mi fece vedere una lettera di minacce
che aveva appena ricevuto. Non mi sembra particolarmente preoccupato, ma io che sono
“noddica” e non sono abituata a questo modo di rapportarsi, non ero affatto tranquilla (da
noi nessuno ti minaccia di spararti se non fai qualcosa, al massimo fanno in modo che la
banca ti ritiri i fidi e tu vada comunque a gambe all’aria. Almeno sono salve le apparenze).
Rapido calcolo: gli avevano dato 10 giorni per dare un segnale di “comprensione” dopo di che
Sarebbero passati ad altri metodi… gulp! Gli ultimi 3 giorni dei 10 sarebbero stati quelli del mio soggiorno!
Secondo giorno di permanenza: pioveva in modo inusuale dalla mattina alla sera. Tutto era allagato.
Tramonto, il presidente ed io stavamo tornando a casa con la sua macchina. Passaggio a livello, chiuso.
Trascorsero 10 minuti e non passò nessun treno, ma il passaggio a livello non si apriva. 20 minuti.
cominciavo ad essere agitata e pensavo: “Mamma mia! Oggi è il penultimo giorno”. Il presidente
continuava tranquillo a parlare. 25 minuti. Niente. Lui tranquillo. “Possibile non si rendesse conto
che la cosa non era normale?” 30 minuti. “Adesso arrivano due in moto e ci sparano addosso, non
può che essere così”. 40 minuti.  Ormai al limite del panico. Quand’è che mi sono confessata
l’ultima volta? Ahi! Ahi! È un sacco di tempo e come al solito ne ho combinate!
Giuro che sarò più buona!!! 45 minuti. Il passaggio a livello si aprì, nessun treno era passato.
Mentre il cuore riprende a battere in modo normale domandai al presidente: “Ma è normale?
Siamo stati fermi 45 minuti e non è passato neppure un treno!”. Lui mi guardò e
capì (forse dal tono ancora lievemente scosso): “Scusa, non avevo capito che eri preoccupata!
Sì purtroppo è normale: con la pioggia di oggi si sarà bloccato tutto. Tu non sai
quante ore ho passato davanti a questo maledetto passaggio a livello!”.

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