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Capitolo 14. FAMIGLIA IRLANDESE A LONDRA

Il primo viaggio fuori d’Italia l’ho fatto a 23 anni a Londra, dove sono stata un mese nel
tentativo di imparare un po’ di inglese.
Immaginate la situazione: per la prima volta lascio il paesello in riva al Trasimeno per
andare all’estero. Per la prima volta prendo un aereo e vado a Londra (notoriamente una
piccola città di provincia) dove devo raggiungere la casa della famiglia che mi ospiterà.
Questa si trova – ovviamente – dalla parte opposta dell’aeroporto, in piena periferia, in
una via secondaria. Giuro è tutto vero!
Ma soprattutto per la prima volta prendo un taxi a Londra e già questa è un’avventura,
considerando come sono fatti e soprattutto come sono guidati.
Raggiungo indenne, ma provata, la casa dei miei ospiti, suono il campanello e viene ad
aprirmi un uomo di mezza età, piccolo, moro, unghie nere, canottiera (siamo a Gennaio!)
con pancia ben in vista. Se non compariva immediatamente dietro la moglie giravo i
tacchi e me ne tornavo al paesello.
Sempre un po’ tesa ma rassicurata dalla faccia sorridente della signora, entro. La mattina
seguente mi alzo convinta che mi accompagneranno a scuola: d’altra parte non parlo
nemmeno una parola di inglese, la scuola è in zona Trafalgar
Square, (non facile da raggiungere
se non hai mai messo piede a Londra) e soprattutto è la prima volta che  vedi
la metropolitana.
Ovviamente non ci pensano nemmeno, ma davanti alla mia faccia disperata mi danno una
cartina dove segnano la stazione di partenza e quella di arrivo e poi, massima disponibilità,
fanno un bel cerchietto anche intorno alla strada che devo raggiungere: Northumberland
Avenue. Strada con un nome più difficile non potevo trovarla, dovrebbero vietare alle scuole di
aprirci una sede. I poveri studenti che devono chiedere informazioni come fanno?
Fanno con il ditino come ho fatto io. Così, dopo ben 45 minuti di metro (preceduti da 10
a piedi), esco dalla stazione di Charing Cross e chiedo ai solerti poliziotti, cioè indico ai
solerti poliziotti dove devo andare. Loro con un bel sorriso attaccano a parlare. Va beh!
Fatemi un cenno così capisco: evviva gli italiani che usano le mani per comunicare.
A parte la prima settimana del corso, nella quale ho più volte pensato di tornare a casa, una
volta capito che non capivo, è stato davvero divertente. I
miei ospiti si sono rivelati assolutamente deliziosi, eccetto che per due particolari.
1.    Si sentivano talmente coinvolti dal fatto che ero lì per imparare l’inglese che ogni
sera, per farmi esercitare, mi obbligavano a raccontare quello che avevo imparato.
Peccato che io già non capivo l’inglese, figuriamoci l’irlandese. Perché
erano entrambi irlandesi e insistevano a rifarmi la stessa domanda 3-4 volte se non
capivo, finché esausta prendevo la scorciatoia e rispondevo: “Ah! Yes, yes!”. A quel
punto capivano che ero al limite e mi lasciavano in pace.
2. Nel weekend e a volte anche durante la settimana, uscivo con un ragazzo che avevo
conosciuto. Dato che rifiutavo di farmi accompagnare a casa, aveva l’abitudine di
calcolare il tempo che avrei impiegato per arrivarci e mi chiamava per sapere se
avessi avuto problemi nel tragitto. Era un vero gentleman. La signora si mise in testa
di volerlo conoscere. Ma ti pare!!! Non ho mai fatto una presentazione ufficiale ai
miei genitori, la vengo a fare a Londra? Niente, non mi dette pace finché non fui
costretta a chiedere al malcapitato se veniva a prendermi una volta a casa,
, così avrei potuto presentarlo a due soggetti più pressanti dei miei
genitori (che in verità su queste cose non mi hanno mai rotto!). Essendo un vero
gentleman accettò e fu la mia rovina. La signora non solo preparò té con pasticcini
nella migliore tradizione English, mettendomi in grande imbarazzo (sembrava
proprio la presentazione ufficiale del fidanzatino alla famiglia), ma da quel giorno
non mi dette più un attimo di respiro: “Madleine, he’s wonderful. Madleine don’t
like him?”. “No! I don’t like him!

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