Home - ''Il mio libro'' - Capitolo 11. PER UNA VOLTA ZITTA

Capitolo 11. PER UNA VOLTA ZITTA

I primi anni di lavoro sono i più ricchi di aneddoti, forse perché l’inesperienza e la mancanza
di conoscenza fanno fare più errori. Se poi sei una come me e parli un po’ più del
dovuto … aumenti le probabilità di dire corbellerie!
Una delle persone che in quegli anni mi ha insegnato di più è stato un produttore di
Montepulciano che, dopo aver osteggiato in ogni modo la mia assunzione e vedendosi
costretto invece a subirla, pensò bene che se non era riuscito a far assumere un dipendente
preparato...poteva almeno cercare di aiutarlo a prepararsi. Gli devo molto e gliene sono
tutt’oggi molto grata: la sua amicizia e professionalità sono state fondamentali nella mia
formazione.
Mi invita a cena assieme ad alcuni suoi amici – che oggi sono tra i più noti e stimati enologi
italiani – e si assaggiano vini preziosi, specialmente francesi.
Cena squisita a base di crostini di interiora di beccacce, nonché beccacce al forno. In mezzo
ai quei tre, che già facevano intuire il talento che avevano e che hanno ampiamente dimostrato,
io mi sentivo proprio come una delle beccacce sul tavolo; da un momento all’altro
qualcuno di loro avrebbe fatto di me un sol boccone! E non sono un tipo timido.
Fine cena; non mi hanno ancora mangiato, forse stasera non lo faranno. Si stappa, con
grande attesa da parte di tutti loro, una bottiglia del più famoso vino da dessert del mondo,
un vino botritizzato: il Sauternes di Chateau d’Yquem.
Essendo un Perito Agrario, a scuola mi hanno insegnato a combattere la muffa
nei grappoli d’uva. Lo so che erano quasi 30 anni fa… però questo mi hanno insegnato.
Uscita da scuola da poco più di un anno, qualcuno mi invita a cena e mi offre un vino fatto
con uve ammuffite, spacciandomelo poi per uno dei vini più famosi – leggi costosi – del
mondo. Che fossi perplessa nell’assaggiare quel vino, era perlomeno legittimo.
Metto il naso nel bicchiere e… per una volta, invece di lasciarmi prendere dal sacro fuoco
della verità, decido saggiamente di mordermi la lingua e tacere, in attesa dei giudizi altrui.
Perché secondo me quel vino profumava, anzi puzzava, di muffa! Oggi riconosco (quasi
sempre..) un “coniglio da una nana” (in dialetto umbro per “nana” si intende l’anatra),
cioè un vino buono da uno cattivo, ma immaginate una ventenne alle prime degustazioni,
quando riconosce appena un vino rosso da uno rosato (da un bianco ce la facevo
già…). Dategli un muffato e vedrete se questa non dice che "puzza di muffa".
Meno male che sono stata zitta. Però la lingua è rimasta tagliata dai morsi per giorni. Il
silenzio si paga!

powered by TeamDEV on JoshuaCMS