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Capitolo 25. GIAPPONE 1

Ho avuto la fortuna di andare ben tre volte in Giappone. L’unico paese nel
quale ho percepito un cambio culturale davvero molto forte, ma
l’unico paese estero nel quale vorrei vivere per sei mesi. L’ultima volta che ci sono
stata, nei sette giorni di permanenza (anzi cinque, togliendo i due di viaggio), ho perso due
chili. Praticamente la Mecca. Mai successo prima, a dire il vero nemmeno dopo.
In Giappone ho un amico davvero molto caro che mi ha fatto da Cicerone con tanta pazienza
e buona volontà. Parla italiano meglio di me, è un esperto di vini al cui confronto io non sono
degna di slegargli i lacci dei sandali e soprattutto è giapponese. Sa come ci si muove in
questo paese incredibile, così diverso dal nostro.
Siamo alla fiera “Wine Japan” e lui si è offerto di farmi da interprete. Veniamo invitati
a cena nel ristorante di proprietà dell’importatore che sto cercando di agganciare (lo
so che non mi occupo di vendite, ma l’azienda non può mandare in fiera un addetto
alla comunicazione ed un commerciale e così vado io sola. Su, non fate i fiscali, che
diamine).
Durante il tragitto mi obbliga (il termine “obbliga” è esatto) ad imparare una frase di saluto
in giapponese. Ora, se tenete presente che “grazie” si traduce “domo arigatò cosaimastas”,
ve lo immaginate come si traduce: “Buonasera, è un vero piacere essere ospite nel vostro
ristorante”? Peggio che imparare a memoria una poesia del Manzoni.
Ma non è questa la parte più difficile: mi raccomanda di mangiare tutto quello
che verrà servito perché, per la cultura giapponese, è estremamente offensivo lasciare
qualcosa nel piatto. Ovviamente, l’infame  me lo fa presente un secondo netto
prima di varcare la soglia del ristorante, in modo che non possa né chiedere spiegazioni né
tanto meno architettare scuse di allergie o malattie varie. Ciò solo per evitare di mangiare
coccodrilli, serpenti, alghe e quant’altro in quel secondo sono riuscita ad immaginare che
i giapponesi possano cucinare.
Purtroppo mangio tutto: vorrei avere una lunga lista di cose che non mi piacciono e forse
riuscirei, se non ad essere magra, almeno ad essere meno “decisamente formosa”. Invece
mangio proprio di tutto e non sono neppure schizzinosa. Allora, con la forza dell’autosuggestione
e soprattutto dell’ignoranza ho iniziato ad immaginare, schifata, cosa avrebbero
potuto servirmi. Le scimmie? No, quelle le mangiano gli indiani. Cani e gatti? No
quelli sono i cinesi! E via di questo passo.
Iniziamo veramente male: una tartina rotonda di un impasto simile al pane, coperta di
una cosa verde che non riesco a identificare. E se dico verde intendo proprio VERDE, tipo
le giacche fosforescenti degli addetti alla manutenzione stradale. Nel vano tentativo
di imbrigliare la fantasia riconducendola a qualche animale o vegetale noto e non troppo
schifoso, chiedo all’amico: “Scusa, cos’è questo?”. La risposta è da vero imperturbabile
samurai: “Zitta e mangia!”.

Dubbio amletico: mangio sperando in bene o rifiuto, certa di compromettere l’incontro?
Cosa non si fa per un cliente! Prendo la tartina e la ingoio in un solo boccone.
La tartina si rivela l’unica cosa decisamente strana della cena e tutto prosegue per il
meglio. Mentre rientriamo in albergo, al riparo dagli occhi dei potenziali clienti gli ripeto
la domanda: “cos’era quella roba
verde?”. Risposta rassegnata e soddisfatta: “Lumache”. Ah, va beh. E che sarà mai? Solo
lumache. Ma a pensarci bene io non mangio lumache. È una delle poche cose che mi
fanno schifo!

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