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Capitolo 29. SEGRETARIE

Da quando sono una libera professionista ho avuto varie segretarie (o “assistenti” come
si chiamano oggi perché fa più chic!). Le ho cambiate non perché non resistono (come
insinuano i maligni) ma perché nei primi anni avevo bisogno di collaborazioni part-time e
quindi, non appena trovavano un lavoro a tempo pieno, giustamente lasciavano me.
C’è stata quella che, avendo un contratto ad ore, durante una manifestazione per la quale
rimanemmo fuori tre giorni, mi chiese di pagarla dal momento in cui le suonava la sveglia
fino al momento di addormentarsi! Se non fosse che ne avrebbe risentito pesantemente
l’immagine della mia agenzia, c’era da sperare non si facesse la doccia, così risparmiavo
quel quarto d’ora al giorno. Non vi dico quanto ho pregato perché non soffrisse d’insonnia:
metti che mi addebitava le ore che non riusciva a dormire!
Un’altra (colpa mia che pur sapendolo l’avevo assunta) era laureata in Scienza della Comunicazione
e quindi ogni volta che le chiedevo un parere mi ripeteva a memoria uno dei
meravigliosi libri studiati. Sarà la sindrome del non laureato, ma l’ho odiata, non perché
ripeteva a memoria un esame, ma per la totale mancanza di concretezza dei contenuti.
Poi c’è stata la segretaria country. Quella che nel week end faceva volontariato e mi arrivava
il lunedì con i capelli sporchi di vernice, le unghie tutte rotte e le mani disastrate. Rigorosamente
in jeans, maglione e scarponcini. Riuscivo a farla vestire da donna solo nelle
occasioni in cui mi ricordavo di darle una precisa indicazione in tal senso. Però aveva organizzato
una cartellina denominata Lo Stupidario, dove venivano accuratamente catalogate
tutte le cose più ridicole che trovavamo sui giornali. Quella era la cartellina di salvataggio,
quella che prendi in mano quando hai bisogno di tirarti su il morale.
Ma il top l’ho raggiunto quando, per un certo periodo, ho avuto tre assistenti in contemporanea
perché stavo organizzando un evento molto impegnativo. Lo slogan era: “Se,
nonostante voi riesco ad organizzare questa cosa, sono molto brava!”. L’incredibile era
che loro erano perfettamente d’accordo.
D’altra parte come negare i fatti.
Una mattina esco a fare colazione e lascio il cellulare in ufficio, chiedendo loro di rispondere.
Torno dopo 10 minuti e le trovo che ridono a crepapelle. Ovviamente sono costrette
a spiegarmi cosa è successo. Stavano facendo un lavoro e non riuscivano ad andare avanti
per cui decidono di chiamarmi al cellulare. Una prende la cornetta e fa il numero, l’altra
attende. Squilla il cellulare e l’altra risponde: “Sì, questo è il cellulare di Maddalena, ma lei
adesso non c’è…” in quel momento si rendono conto che sono a 30 cm di distanza l’una
dall’altra e stanno parlando tra loro.
Ancora peggio quando sono andata a New York per la conferenza stampa di presentazione.
Il mio cellulare non funzionava fuori continente quindi avevo dato loro, per le urgenze,
quello di un funzionario della Regione Toscana. Sono in ufficio con un problema e decidono
di chiamarmi. Dopo vari squilli risponde la voce assonnata del funzionario a cui
chiedono se sono lì con lui. Lui risponde sorpreso: “Con me? Certo che no!”. Finalmente
fanno 2+2: “Oddio, il fuso orario: ma che ore sono a New York?”. Niente di grave: solo
le 3 di notte e non mi pare logico cercarmi nella camera da letto del
funzionario!
Nonostante episodi come questi erano molto brave, diciamo che ogni tanto si distraevano.
Ognuna di loro ha avuto pregi e difetti, come è normale ma sono stata piuttosto fortunata e, quasi tutte, sono state più amiche che collaboratrici.

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