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Capitolo 59. PICCOLI PAESI RESISTONO

Purtroppo non riesco proprio a mantenere alte le mie quotazioni. Ogni tanto succede
qualcosa che le fa irrimediabilmente precipitare di nuovo.
Per esempio: un gruppo di piccoli viticoltori mi chiede un parere, ipotizzando che forse
qualcosa di vino dovrò pur capirne se da tanti anni vivo di questo lavoro.
Mi beccano sempre al bar (dove sennò?) e mi chiedono conferma di una loro certezza. Una
famosissima cantina italiana ha appena acquistato una grossa azienda nella nostra zona e
loro sono convinti che i titolari siano matti perché: “Hanno espiantato decine di ettari di
vigneto a tendone, che facevano una grande quantità di uva, per piantare vigneti nuovi con
le viti talmente fitte che al massimo faranno un paio di grappoli l’una.”
Che faccio? Mi gioco la labile reputazione acquisita, oppure dico il vero? Figurati! “Mi
dispiace darvi torto, ma la cantina ha perfettamente ragione: oggi i vigneti si fanno così
per ottenere più qualità.” Lo sguardo che si scambiano è inconfutabile: “Lo sapevamo che
non ci capiva niente!”
Altra situazione frequente: “Ti faccio assaggiare il mio vino. Questo sì che è buono, altro
che quelli con cui lavori tu. Il mio è genuino; non ci metto niente.”
Ecco, appunto!
Davanti al classico bicchiere da acqua in vetro smerigliato le goccioline di
sudore freddo cominciano a scendermi lungo la schiena. Se siamo entro quattro-cinque
mesi dalla vendemmia, posso ancora sperare che il beverone non mi causi acidità di stomaco,
se quel tempo è passato e le temperature sono già salite, non c’è scampo: la sbobba
è assicurata.
E poi una povera disgraziata come ne esce indenne? Se dico che è buono e quello va in
giro facendo assaggiare il suo vino e vantandosi del giudizio positivo “dell’esperta”, la mia
credibilità crollerà miseramente davanti a chi ci capisce anche pochissimo. Se invece gli
dico che purtroppo fa schifo (o almeno che non è un gran che) si offenderà mortalmente e
non rivolgerà più la parola né a me, né a nessun altro della mia famiglia per le prossime tre
generazioni.
Così ho elaborato un metodo quasi infallibile – mi sono ispirata ai sommelier – che però
richiede grande concentrazione (perché devi parlare dopo aver assaggiato la sbobba). Attacco
un lunghissimo e farneticante discorso assolutamente incomprensibile, pieno di aggettivi
buttati lì a caso che non vogliono dire niente, ma che danno l’idea di un giudizio
articolato e ponderato. Il poveretto in genere si vergogna a dirmi “Non ho capito una
parola di quello che hai detto” e rimane nel dubbio atroce, quanto legittimo, se io abbia
espresso un parere positivo o negativo.
Lo so che è una bastardata! Mi approfitto di persone gentili ed orgogliose del loro lavoro, ma io
in questo paese ci vivo, non posso farmi troppi nemici.

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